L'industria ceramica italiana accusa la 'seconda crisi' dell'Area Euro

 

L'industria italiana delle piastrelle ceramiche tira le somme di fine anno registrando segni negativi dopo un biennio di ripresa.

 

In contrazione le vendite complessive in volume (-7,3% sul 2011), tra le più forti mai registrate nella storia del settore, solo in parte riequilibrate dall'ottima espansione dei prezzi medi di vendita (+5,3% in soli 12 mesi).

Il mercato italiano, in particolare, accusa i maggiori contraccolpi determinati dalla crisi del mercato delle costruzioni, registrando un -17% nelle vendite in quantità, pari a circa 95 milioni di metri quadrati, venti milioni mq in meno rispetto ai livelli 2011.

In frenata anche le esportazioni, che, dopo la crescita registrata nel 2011, tornano ora sui livelli 2010 a circa 287 milioni mq (-3,7%): a fronte di alcuni mercati in aumento, come la Russia (+13%), le Repubbliche Baltiche (+15%), l'Africa (+18%) e gli Stati Uniti, ha pesato soprattutto la battuta d'arresto in Europa Occidentale (-6%).

Restando negli Stati Uniti, la crescita degli housing starts si è accompagnata, nei primi 10 mesi dell'anno, ad una maggior domanda di piastrelle sia per i fabbricanti locali (+8%) che per le importazioni (+6%).

A livello produttivo, l'industria italiana delle piastrelle chiude l'anno con una contrazione dei volumi intorno al 6%, a quota 376 milioni mq rispetto ai 400 prodotti nel 2011.

Per quanto riguarda le previsioni 2013, segnali di sviluppo arrivano per le esportazioni verso l'area Nafta (+5,5%), i Paesi del Golfo (+6,6%), il Nord Africa (+4,4%) e l'America Latina (+3,6%). Più limitata la crescita nel Far East (+2,9%) e in Europa Occidentale (+0,4%), mentre in Italia si stima una stabilizzazione delle vendite a un livello inferiore a quello attuale (-2,1%).

In questo contesto, il settore ceramico italiano punterà con ulteriore determinazione sulle esportazioni, che potranno crescere solo grazie a una maggiore competitività del Paese Italia basata su minori costi dell'energia, tassazioni più basse sulle società e sugli immobili e sulla riduzione nel cuneo fiscale che grava sul costo del lavoro.

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